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	<title>Lucia Bellaspiga</title>
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	<description>Giornalista e scrittrice</description>
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		<title>E se poi venisse davvero? Natale in casa Buzzati</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 17:02:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Giovedì 2 dicembre, ore 18.45 presso la Libreria Terra Santa di via Gherardini 6, Milano avverrà la presentazione del libro di Lucia Bellaspiga intitolato &#8220;E se poi venisse davvero? Natale in casa Buzzati&#8221;. Partecipano: - Lucia Bellaspiga, autrice e giornalista, ideatrice del premio “Tributo a Dino Buzzati” - Lorenzo Viganò, giornalista del Corriere della Sera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Giovedì 2 dicembre, ore 18.45<br />
presso la Libreria Terra Santa di via Gherardini 6, Milano</p></blockquote>
<p>avverrà la presentazione del libro di Lucia Bellaspiga intitolato <strong>&#8220;E se poi venisse davvero? Natale in casa Buzzati&#8221;</strong>.</p>
<div id="_mcePaste">Partecipano:</div>
<div id="_mcePaste">- <strong>Lucia Bellaspiga</strong>, autrice e giornalista, ideatrice del premio “Tributo a Dino Buzzati”<br />
- <strong>Lorenzo Viganò</strong>, giornalista del Corriere della Sera</div>
<div id="_mcePaste">Introduce <strong>Carlo Giorgi</strong>, Edizioni Terra Santa</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Per quarant’anni Buzzati ha dedicato al Natale molte tra le sue pagine più intense. Che cosa rappresenta quel giorno per Buzzati-il-non-credente (alla ricerca di Dio)?</strong></div>
<div id="_mcePaste">Ben lungi dall’essere per lui la tradizionale festa religiosa legata alla nascita di Cristo, resta però “la data più grande della storia”, “un giorno così differente dagli altri 364”, e nonostante si ostini a ripresentarsi ogni anno alla stessa data “se ne resta sempre sbalorditi”. Perché? <strong>Che cosa lo attrae al punto che Buzzati, lo scrittore che ha perso la fede (e ne ha sempre nostalgia), per tutta la vita cascherà ineluttabilmente nella trappola del Natale, dedicandogli decine di articoli e racconti?</strong></div>
<div><strong><br />
</strong></div>
<div id="_mcePaste">All’avvicinarsi di questa data, la Libreria Terra Santa ospita Lucia Bellaspiga, autrice di “E se poi venisse davvero? Natale in casa Buzzati” (Editrice Ancora, novembre 2010), che, insieme a Lorenzo Viganò, ci invita a riscoprire il rapporto dello scrittore- giornalista con il Natale attraverso i suoi stessi scritti (racconti e articoli per il Corriere della Sera) dall’inizio degli anni ’30 al dicembre 1971. Un invito a un viaggio fantastico e realissimo tra i vizi e le virtù, un itinerario lungo e complesso, non nel centro della Terra ma in quello dell’uomo.</div>
<div>
<blockquote>
<p class="p1">L’incontro fa parte degli “Aperitivi d’autore” organizzati presso la Libreria Terra Santa: presentazioni di libri che offrono lo spunto per conversazioni informali con personalità del mondo della cultura e del giornalismo. Occasioni di scambio e di conoscenza in un ambiente colloquiale e intimo, dove un semplice aperitivo diventa il pretesto per incontrare un autore e il suo mondo.</p>
</blockquote>
</div>
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		<title>Una casa sulla roccia: il tempo nell’eternità</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Nov 2010 20:25:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Mons. Cesare Pasini, Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana; Laura Marazzi, Direttrice del Museo Baroffio e Sacro Monte di Varese presentano: Suore Romite Ambrosiane. Una casa sulla roccia: il tempo nell’eternità. Incisioni dell’ingegner Leonardo Bellaspiga. Martedì 30 novembre 2010 ore 17.00 &#8211; Sala Maria Immacolata: Università Cattolica del Sacro Cuore Largo Gemelli, 1 Milano Introduce Mons. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mons. Cesare Pasini, Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana;<br />
Laura Marazzi, Direttrice del Museo Baroffio e Sacro Monte di Varese</p>
<p>presentano:</p>
<p>Suore Romite Ambrosiane.<br />
<strong>Una casa sulla roccia: il tempo nell’eternità. Incisioni dell’ingegner Leonardo Bellaspiga.</strong></p>
<blockquote><p>Martedì 30 novembre 2010 ore 17.00 &#8211; Sala Maria Immacolata:<br />
Università Cattolica del Sacro Cuore<br />
Largo Gemelli, 1 Milano</p></blockquote>
<p>Introduce Mons. Sergio Lanza, direttore del Centro di Spiritualità dell’Università Cattolica.<br />
Il soprano Chiara Longobardi interpreta brani di Ildegarde Von Bingen.</p>
<blockquote><p><a href="http://www.luciabellaspiga.it/pdf/leonardobellaspiga.pdf">Scarica l&#8217;invito in formato PDF</a></p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Io amico di Eluana vi dico&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 17:36:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro direttore, dopo una lunga riflessione ho deciso di scriverle in merito alla trasmissione &#8220;Vieni via con me&#8221; di lunedì sera, con particolare riferimento al modo in cui sono stati trattati i casi Englaro e Welby. Per me non è semplice prendere posizione sull’argomento, dato che sono uno degli amici le cui parole in ricordo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 18.2px Times; color: #231e20} p.p2 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 9.5px Times; color: #231e20} p.p3 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 72.7px Times; color: #231e20} p.p4 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 7.7px Helvetica; color: #231e20} span.s1 {font: 10.1px Times} span.s2 {font: 72.7px Times} --> <!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 9.5px Times; color: #231e20} span.s1 {font: 72.7px Times} span.s2 {font: 10.1px Times} -->Caro direttore, dopo una lunga riflessione ho deciso di scriverle in merito alla trasmissione &#8220;Vieni via con me&#8221; di lunedì sera, con particolare riferimento al modo in cui sono stati trattati i casi Englaro e Welby. Per me non è semplice prendere posizione sull’argomento, dato che sono uno degli amici le cui parole in ricordo di Eluana sono state lette da Fazio in trasmissione, prima dell’intervento di Beppino Englaro. Ed è ancora più difficile scriverle, perché la vicenda di Eluana riapre ogni volta in me una ferita personale, dato che io per primo, pur essendo suo amico, l’ho abbandonata al suo destino, considerandola praticamente già morta, nonostante lei fosse viva, in un letto d’ospedale. Ciò nonostante Eluana, che mi considerava un vero amico, non mi ha lasciato andare e mi ha voluto coinvolgere di nuovo nella sua vicenda tramite la determinazione del padre, che in tutti questi anni mi ha costantemente cercato e coinvolto, in ogni passaggio della sua battaglia personale. Devo dire grazie per questo a Beppino, per il quale provo affetto e stima, pur non condividendo i principi né il tragico esito che ha voluto dare alla sua battaglia. Proprio questo è il punto: per me il &#8220;caso&#8221; Eluana è prima di tutto una immane tragedia che colpisce una giovane donna e la sua famiglia; quando se ne parla non si dovrebbe mai perdere di vista il fatto che questa è la realtà, al di là di opinioni ed ideologie. È sulla base di questo presupposto che in tutti questi anni io, cattolico praticante, mi sono confrontato sulla vicenda con Beppino. È stato un confronto aperto, senza pregiudizi, senza che nessuno dei due facesse riferimento a qualsiasi vessillo ideologico: lui, un padre immerso in una tragedia inconcepibile che perseguiva in perfetta buona fede quello che riteneva essere il bene per la figlia; io, un amico che non voleva più scappare da una vicenda che aveva percepito come più grande di lui e che cercava di stargli vicino nell’unico modo che riteneva possibile, cioè la presenza ed il confronto delle idee. In tutto questo periodo, discutendo con lui, ho spesso seguito il suo pensiero, approfondendo e verificando tutte le sue argomentazioni senza mai oppormi aprioristicamente; ma la domanda fondamentale che continuavo a pormi era: ma questa è vita? Alla fine io ho risposto alla domanda. Perché nel momento in cui è uscita la sentenza della Cassazione ho definitivamente smesso i panni della persona che può stare a destra o a sinistra, può essere cattolico o no e mi sono detto: ma tu lo faresti veramente? E la risposta è stata: no. Io non riuscirei mai a fare questa cosa. Perché dentro, nel profondo di me stesso, sentivo che quella vita, anche ad livello così minimo di coscienza, era comunque una vita, una cosa misteriosa che non mi sarei mai sentito di sopprimere. Questa mia posizione non è emersa da idee astratte o da suggestioni ideologiche, ma dal confronto con chi la pensava diversamente e dal giudizio sulla realtà che mi stava di fronte; quella realtà nella quale lo stesso Beppino mi aveva voluto immergere. È per questo che alla fine mi sono determinato a scriverle. Ero a conoscenza di come sarebbe stato trattato in trasmissione il caso di Eluana ed avevo comunque accettato di ricordarla ancora una volta con le mie parole, ma mai mi sarei aspettato un monologo come quello di Saviano su Welby. Mi è sembrato un vero e proprio attacco alla Chiesa, ideologico quanto ingiustificato e, in ultima analisi, neanche particolarmente suggestivo o raffinato sotto il profilo retorico. In particolare l’argomento secondo cui il funerale cattolico è stato concesso a dittatori e mafiosi e negato a Welby, oltre ad offendermi come cattolico, è apparso come una semplificazione brutale ed intellettualmente disonesta. Si tratta di una posizione che nasce da un pregiudizio e certamente non tiene conto della realtà: esattamente l’opposto del modo in cui, almeno secondo me, le vicende più importanti nella nostra vita dovrebbero essere trattate.</p>
<p><strong><em>Nicola Brenna</em></strong></p>
<blockquote><p><a href="http://www.luciabellaspiga.it/pdf/avvenire_20_11_10.pdf">da &#8220;Avvenire&#8221; del 20 novembre 2010</a></p></blockquote>
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		<title>Editoriale: Gli «indiscutibili» sanno disinformare</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Nov 2010 09:31:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[La TV tribunizia. La propaganda eutanasica. Se a parlare è Roberto Saviano, le «orazioni» sono «civili» e i monologhi «potentissimi»: lo asseriscono i comunicati di Rai 3 e tutte le agenzie di stampa devotamente rimbalzano. E chi oserebbe dissentire? Nemmeno chi non ha mai letto una sola riga di Saviano se la sentirebbe più di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>La TV tribunizia. La propaganda eutanasica.</p></blockquote>
<p>Se a parlare è Roberto Saviano, le «orazioni» sono «civili» e i monologhi «potentissimi»: lo asseriscono i comunicati di Rai 3 e tutte le agenzie di stampa devotamente rimbalzano. E chi oserebbe dissentire? Nemmeno chi non ha mai letto una sola riga di Saviano se la sentirebbe più di mettere in dubbio le sue verità assolute: perché Saviano è Saviano, un po’ come Sanremo. E così, di guru in guru, se un Saviano e un Fazio uniscono le sapienze, il risultato non può che essere indiscutibile. La tecnica è antichissima, valida ai tempi delle Catilinarie come a quelli del tivucolor: se passa l’assunto che l’oratore non solo non può mentire ma nemmeno sbagliare, ciò che dice è sempre «indiscutibilmente» vero e chiunque lo metta in dubbio sarà esposto al pubblico ludibrio. Raggiunto tale risultato, non sarà più nemmeno necessario fingere di rispettare le regole minime del dibattito e della ricerca di una verità: largo ai tribuni e ai loro monologhi, senza mai un contraddittorio. E il pubblico (del foro come del piccolo schermo) si berrà tutto come vero: «L’ha detto la tivù!».</p>
<p>Anche la Rai di Fabio Fazio è (o dovrebbe essere) servizio pubblico, anche la sua è pagata da tutti gli italiani (almeno quelli che versano il canone), eppure l’uso che ne fa, in compagnia dei suoi ospiti, è di un salotto privato dal quale diffondere e inculcare quelli che ritiene «valori» e «princìpi di civiltà» (è suo diritto), ma che per la gran parte degli italiani sono disvalori gravissimi (e tener conto di questo è invece suo preciso dovere). Anche l’altra sera, com’è suo costume, la tribuna l’ha quindi concessa, senza contraddittorio alcuno, oltre che a Saviano anche a Beppino Englaro e a Mina Welby, chiamati a recitare ognuno il suo &#8216;elenco&#8217; di verità inoppugnabili. Nessuno toglie loro il diritto di avere certezze e convinzioni, più o meno fondate, ma nessuno può nemmeno imporle a noi come fossero Vangelo, eppure questo è stato fatto ancora una volta ai milioni di telespettatori seduti davanti a &#8216;Vieni via con me&#8217;. Togliere la vita a Eluana è stata cosa buona e giusta? Basta che lo dicano Fazio, e Saviano, ed Englaro che è pure suo padre (come potrebbe sbagliare?), non occorre ascoltare con onestà intellettuale le voci opposte. Nessuno spazio alla sacralità della vita e al rifiuto di una pratica spaventosa come l’eutanasia, sebbene questa agiti ancora nella nostra coscienza memorie recenti e colpe incancellabili, e nel nostro Paese sia un reato punito alla stregua di un omicidio.</p>
<p>Si gioca con le parole, si evita accuratamente di pronunciare il termine &#8216;eutanasia&#8217; (salvo invocarla in altre sedi e occasioni), la si sostituisce con «principio di diritto sancito dalla Cassazione in seguito alla vicenda Englaro». Non si dice, però, che dal giorno in cui la Cassazione stessa spianò la strada all’eutanasia di Eluana, e quindi di chiunque volesse seguire le orme di quel padre, nessuno lo ha fatto.</p>
<p>Né si racconta la verità su Eluana, perché farlo lascerebbe attoniti gli italiani, ancora convinti che fosse malata, che fosse terminale, che vivesse attaccata a macchine, che soffrisse, e magari pure che la sua volontà fosse morire. E come mai ne sono convinti? Lo raccontarono all’epoca i Saviano e i Fazio&#8230; Di una Eluana condannata a «farsi tenere in vita per decenni dalle macchine» scrisse Saviano nel febbraio 2009, alimentando l’errore (speriamo in buona fede, forse non conosceva la materia); di lei parlò come di un «viso deformato, smunto, gonfio, le orecchie callose» e addirittura «senza capelli» (di nuovo lo giustifichiamo: a differenza nostra, la descriveva senza averla vista). E Fazio?</p>
<p>Prima e dopo la morte della giovane invitò Englaro nel suo salotto privato di Rai 3, senza confronto, senza dibattito.</p>
<p>Eluana fu spenta il 9 febbraio 2009, il 21 febbraio Fazio in diretta abbracciava Englaro: «Grazie a nome di tutti gli italiani per ciò che ha fatto». Di tutti gli italiani. È questo il suo stile, questo il giornalismo dei Fazio e dei Saviano. «Il giornalista non deve omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento. Non deve intervenire sulla realtà per creare immagini artificiose» (Carta dei doveri del giornalista, 8 luglio 1993).</p>
<blockquote><p><a href="http://www.luciabellaspiga.it/pdf/avvenire_17_11_10_editoriale.pdf">da &#8220;Avvenire&#8221; del 17 novembre 2010</a></p></blockquote>
<p><strong>Per approfondire:</strong> <a href="http://www.luciabellaspiga.it/pdf/avvenire_17_11_10.pdf">&#8220;Omissioni, incongruenze, amnesie&#8230; Come ti manipolo la verità dei fatti&#8221;</a> di Lucia Bellaspiga, da &#8220;Avvenire&#8221; del 17 novembre 2010, pag. 9.</p>
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		<title>Sarah Scazzi: «La pazzia non sa pianificare. Crimine nato da una mente lucida»</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Oct 2010 17:59:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo psichiatra Borgna: la violenza dopo la morte? Tragica vendetta perpetrata contro un&#8217;innocente che, non cedendogli, l’aveva indotto all’omicidio. «La pazzia non pianifica orrori del genere. Solo un cuore pietrificato dall’incapacità di immedesimarsi anche per un attimo nell’atroce sofferenza che sta procurando alla sua vittima può creare un male così indicibile». Eugenio Borgna, primario emerito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Lo psichiatra Borgna: la violenza dopo la morte? Tragica vendetta perpetrata contro un&#8217;innocente che, non cedendogli, l’aveva indotto all’omicidio.</p></blockquote>
<p>«La pazzia non pianifica orrori del genere. Solo un cuore pietrificato dall’incapacità di immedesimarsi anche per un attimo nell’atroce sofferenza che sta procurando alla sua vittima può creare un male così indicibile». Eugenio Borgna, primario emerito di psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara, da decenni profondo indagatore della psiche e dei suoi meccanismi, non ha dubbi.<strong> </strong></p>
<p><strong><br />
Michele Misseri, l’uomo che strangola sua nipote e la violenta da morta, non è un pazzo, dunque.</strong></p>
<p>La pazzia, col suo seguito disperato di angosce e allucinazioni, non programma fin nei dettagli una violenza così spaventosa, non programma soprattutto ciò che è avvenuto nei 42 giorni successivi, il nascondimento del corpo, le bugie, i pianti in tivù. Il male che ha concepito è lucido.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Vogliamo dire, senza remore, che l’uomo può essere cattivo?</strong></p>
<p>Certo, questo è un uomo abitato dal Male, con la emme maiuscola. La follia porta sempre in sé una traccia di pietà e compassione, l’indifferenza invece ci fa capaci di qualunque violenza pur di rispondere al piacere personale e realizzare i propri desideri, nell’assenza più totale di emozioni.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Perché far trovare il cellulare? È un inconscio desiderio di essere scoperto?</strong></p>
<p>Forse anche nei cuori pietrificati, dopo azioni che sprofondano nell’orrore assoluto, la fiammella della colpa non si spegne mai del tutto. Può durare anche solo un attimo, magari subito dopo Misseri si è pentito di aver messo la polizia sulla giusta via, ma l’impasto di odio e appagamento della propria spinta istintiva è stato per un momento frenato dal grido di quella &#8216;coscienza di colpa&#8217; che anche nelle storie più agghiaccianti si fa strada. E contraddistingue l’unico richiamo possibile nel deserto dato dall’assenza di ogni sentimento.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Sara aveva solo 15 anni, e lui ne era lo zio, l’avrà vista nascere: pedofilia e incesto</strong><strong> insieme&#8230;</strong></p>
<p>Due mostruosità accomunate dal rifiuto di ogni possibile comprensione. Questi sono fatti che denotano come anche la violenza più disumana sia nascosta in persone che fino a poco prima vivevano una vita di apparente adeguamento alle norme etiche fondamentali di ogni esistenza. Le parole qui diventano fragilissime al pensiero del coraggio disperato di questa ragazzina nell’opporsi allo zio.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>È stato il rifiuto di Sara a scatenare u</strong><strong>na rabbia di possesso?</strong></p>
<p>Dietro c’è l’idea che tutto all’uomo sia consentito, che violare una donna in fondo non abbia valore di fronte all’impulso vissuto come delirio di onnipotenza. Tu sei fragile io potente, tu la schiava e io ti voglio e non mi costa nulla possederti.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Ma perché dopo la morte? Per sfregio? Per possesso assoluto?</strong></p>
<p>Per tragica vendetta, per ritorsione orrenda, direi io, dinanzi a chi, rifiutandosi di obbedire, lo aveva trascinato a commettere qualcosa per cui avrebbe dovuto pagare, ovvero l’omicidio.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>L’ossessione per Sara era cresciuta senza che nessuno se ne avvedesse&#8230; Come vivere in un mondo in cui non si sa in chi riporre fiducia?</strong></p>
<p>Oggi in famiglia non si parla più, e per cogliere le impronte anche iniziali del male occorre conoscersi. E la crepuscolarità della presenza di Dio, questo pensare di poter vivere senza di Lui apre cateratte di una violenza che comunque fa parte della condizione umana. L’assenza di Dio, o almeno di una etica laica, corrode le coscienze e questo non è pessimismo ma fredda analisi psicologica.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Come si può materialmente aver agito come Misseri e poi saper fingere per settimane?</strong></p>
<p>È la conseguenza diretta di chi considera la vita dell’altro un qualcosa senza senso, che si possa infrangere facilmente.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Eppure appariva un uomo mite&#8230;</strong></p>
<p>Hannah Arendt raccontò Eichmann come una persona normalissima, che amava teneramente i propri figli, ma sterminava con freddezza ebrei, disabili, malati psichici&#8230; Tornando a Misseri, di fronte alla sua devastazione etica diventa capace di uccidere e poi organizzare tutto ciò che gli consenta di sfuggire alla condanna. Solo un’incrinatura di coscienza lo ha fatto vacillare, mettendo in crisi i 42 giorni di messa in scena.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cito Sant’Agostino, che cita la Bibbia: &#8216;Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva&#8217;. In un mostro come Misseri forse su questa incrinatura un giorno lontano si potrà far leva?</strong></p>
<p>Non in tutti, ma in molti di coloro che commettono reati insostenibili la pianticella delle colpa sopravvive anche a lungo, e solo la verità psicologica, umana, misterica, trascendentale del messaggio evangelico ce la fa riconoscere&#8230; Certo ci vuole solo la follia del Vangelo anche solo per alludere a quello che lei e io stiamo dicendo, senza togliere un solo atomo alle responsabilità e al fiume di male che quest’uomo ha aperto.</p>
<blockquote><p><a href="http://www.luciabellaspiga.it/pdf/avvenire_08_10_10.pdf">da &#8220;Avvenire&#8221; dell&#8217;8 ottobre 2010</a></p></blockquote>
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		<title>Ma quell’«accabadora» non c’entra con l’eutanasia</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Sep 2010 08:31:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il romanzo che ha vinto il Campiello viene «arruolato» dai sostenitori della morte procurata. Ma si sbagliano: è la stessa autrice Michela Murgia a smentirli. «Credi davvero che il mio compito sia ammazzare chi non ha il coraggio di affrontare le difficoltà?», chiede la «accabadora», la donna che in Sardegna era chiamata nelle case a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Il romanzo che ha vinto il Campiello viene «arruolato» dai sostenitori della morte procurata. Ma si sbagliano: è la stessa autrice Michela Murgia a smentirli.</p></blockquote>
<p>«Credi davvero che il mio compito sia ammazzare chi non ha il coraggio di affrontare le difficoltà?», chiede la «accabadora», la donna che in Sardegna era chiamata nelle case a interrompere l’agonia dei malati terminali quando non &#8216;riuscivano&#8217; a morire. «No, credo sia aiutare chi lo vuole a smettere di soffrire», le risponde Nicola, che è giovane e sano, ma deciso a farsi uccidere dall’anziana donna dopo che l’amputazione di una gamba lo ha privato dell’integrità fisica. «Quello è il compito di nostro Signore, non il mio – ribatte la accabadora –. Non hai mai creduto nelle cose giuste, adesso vuoi insegnare a me quelle sbagliate?»&#8230;<em> </em><br />
<em>Accabadora</em> di Michela Murgia è un vero capolavoro. Il romanzo, che si legge in una sera (non perché di sole 164 pagine, ma perché una tira l’altra e smettere è impossibile), ha appena vinto il Campiello ed è arrivato in finale al Pen Club. Notorietà immediata (e meritata), com’è ovvio, ma la notizia è stata data più o meno così: premiato il libro che sostiene l’eutanasia. Complice forse il vizio di recensire i libri senza leggerli, o ancor più quello di trovare a tutti i costi agganci ideologici con l’attualità dove non ce ne sono,<em> Accabadora</em> è così diventato per alcuni una sorta di apologia della «dolce morte», la legittimazione letteraria a decidere della dignità o meno di una vita. E così è stato citato in più di un pensoso convegno.</p>
<p>In realtà il romanzo è troppo profondo e vero per essere utilizzato – da una parte o dall’altra – a fini ideologici.</p>
<p>Semplicemente perché da tali fini è lontano anni luce. La giovane autrice non sentenzia, semmai attraverso i travagli dei personaggi e le loro opposte pulsioni porta alla luce le tante facce dell’immenso tema della vita e dei suoi due estremi: la nascita e la morte.</p>
<p>Tutto scrive, insomma, fuorché un romanzo «sull’eutanasia». E se evita di dare giudizi morali, il suo alla fine è un libro altamente morale. Che racconta (tra molte altre cose) i chiari e gli scuri: il senso di impotenza di fronte alla malattia di una persona amata ma anche il dovere naturale (come un patto non scritto) di assisterla e curarla, il diritto di vivere o quello di morire quando l’ora è giunta, la libertà di autodeterminarci e la soglia che all’uomo non è dato oltrepassare.</p>
<p>Davanti alla quale anche un’accabadora si ferma.</p>
<p>La accabadora, dallo spagnolo «acabàr», porre fine, è una figura che si perde nella leggenda, ma che nell’idioma sardo ha lasciato segni indelebili (<em>Sa ’e s’accabadora ti dian!</em> è l’augurio di morte). Espressione di una società ancora primitiva, l’anziana sciamana era convocata dai parenti al capezzale del morente solo come ultima spiaggia, quando le altre pratiche avevano fallito (tra queste l’estrema unzione che, &#8216;imprigionando&#8217; l’anima, si pensava ne potesse ritardare il trapasso); e comunque solo quando la vita era alla fine («Maledetti voi tutti presenti», inorridisce nel romanzo la accabadora quando si accorge che un vecchio per cui l’hanno chiamata ha ancora un filo di voce: «Sai benissimo che tuo padre non è morente, non è nemmeno vicino al suo giorno», grida, perché nemmeno una accabadora decide della vita e della morte di un uomo, ma entra in scena solo quando Dio ha già stabilito l’ultima ora).</p>
<p>Il rituale, peraltro, era drammatico. Il morente veniva finito con un colpo di bastone alla nuca, oppure soffocato con la mano o un cuscino. Ma all’origine non c’era il desiderio di porre termine a una sofferenza (mai si sarebbe praticato su un disabile o su un malato, seppure grave!), quanto quello di riconoscere il peccato commesso dal morente e rompere il circolo magico che ne impediva la dipartita. Eppure alla accabadora del romanzo il giovane Nicola chiede di morire solo perché, senza una gamba, la sua vita gli appare indegna.</p>
<p>«Se basta una gamba a fare l’uomo – gli oppone la donna –, allora ogni tavolo è più uomo di te». È il mito odierno della «perfezione» (odierno, ma già di Sparta, o della razza ariana), ed è uno dei tanti nervi che questo libro porta allo scoperto. Insieme al mal di vivere di chi non tollera un’esistenza dimezzata: «Io preferirei morire dieci volte da vivo che vivere anche solo dieci anni come uno che è morto», sostiene un personaggio&#8230;</p>
<p>Ma c’è anche, netto, il senso dell’illecito: «Prega che il Signore faccia cadere su di te la cosa che mi chiedi, che non è benedetta, e nemmeno necessaria», dice la vecchia a Nicola prima di cedere alla sua richiesta. E il rifiuto di ogni ipocrita silenzio, perché il peso morale di talune scelte ci riguarda tutti: «Certe cose, farle o vederle fare è la stessa colpa». O ancora il grande tema della responsabilità personale, del non-diritto a coinvolgere altri nel proprio progetto suicida: «Negli occhi di Nicola Bastìu aveva letto la determinazione di chi cerca disperatamente non la pace, ma un complice».</p>
<p>«Se mi chiedeste di morire, io non sarei capace di uccidervi solo perché è quello che volete», la condanna Maria, figlia adottiva della accabadora, quando scopre che sua madre ha ucciso Nicola («Io non vi conosco. La persona che conosco non entra di notte nelle case a soffocare gli storpi con i cuscini»). Ma nel finale, di fronte alla madre in agonia ormai da mesi, a sua volta proverà la tentazione di porre fine a quella lenta «decomposizione senza morte»&#8230;</p>
<p>«Non è un libro sull’eutanasia, anche perché non credo che l’eutanasia e l’accabadura abbiano qualcosa in comune», chiarisce l’autrice pungolata dalla stampa: «Questa – aggiunge – sorge in un contesto di fortissimi legami comunitari, mentre l’eutanasia è esattamente il contrario, un’espressione della nostra personale solitudine, del nostro essere abbandonati a noi stessi o alle nostre famiglie, che da sole non sono in grado di sostenere il peso di un’agonia». Nel romanzo tutto questo emerge nitido, almeno se si rinuncia a «leggere per analogia anche le cose che analoghe non sarebbero».</p>
<p>L’ha ben spiegato ancora la Murgia agli studenti di un liceo: «Sicuramente non voglio che il libro sia usato come raffronto con il presente: non può servire da giustificazione per nessuna opinione sull’argomento eutanasia». Ma la strumentalizzazione continua.</p>
<blockquote><p><a href="http://www.luciabellaspiga.it/pdf/avvenire_16_09_10.pdf">da &#8220;Avvenire&#8221; del 16 settembre 2010</a></p></blockquote>
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		<title>Dal marciapiede alla questura. Il coraggio di riscattarsi</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 15:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cinque ragazze nigeriane contro sfruttatori e spacciatori. Sono cinque ragazze di colore. Nigeriane. In notti molto recenti vivevano ai bordi di strade a loro ignote, in periferie di città sconosciute, in attesa di clienti che sarebbe stato meglio non conoscere mai. Comprate nel loro Paese per cinquantamila dollari e importate in Italia da connazionali, costituivano un buon [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Cinque ragazze nigeriane contro sfruttatori e spacciatori.</p></blockquote>
<p>Sono cinque ragazze di colore. Nigeriane. In notti molto recenti vivevano ai bordi di strade a loro ignote, in periferie di città sconosciute, in attesa di clienti che sarebbe stato meglio non conoscere mai. Comprate nel loro Paese per cinquantamila dollari e importate in Italia da connazionali, costituivano un buon investimento: una prostituta rende al suo sfruttatore settemila euro al mese. Sette mesi e la spesa è ammortizzata. Fin qui niente di inedito: le persone &#8220;trafficate&#8221; in Italia sono almeno venticinquemila ogni anno, dicono i dati dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, per l’80 per cento donne, la metà minorenni.</p>
<p>Di inedito, invece, c’è il finale di questa che sembra una trama da film, con le cinque ragazze non più sedute su bidoni rovesciati, accanto a fuochi fatui quanto i loro sogni infranti, ma alla scrivania della Direzione Antimafia di Trieste, le cuffie sulle orecchie, ad ascoltare e tradurre decine di migliaia di intercettazioni telefoniche. Liberate cinque anni fa dagli agenti della Squadra Mobile da aguzzini che continuiamo a chiamare &#8220;protettori&#8221; e, come prevede la legislazione italiana, inserite in programmi &#8211; questi sì &#8211; di protezione, in cambio loro, abituate a vendersi, hanno donato la sola cosa che avevano: il coraggio. Hanno accettato di collaborare per stanare gli sfruttatori, hanno &#8220;sbobinato&#8221; migliaia di ore di conversazioni tra le 130mila intercettate dall’Antimafia tra i boss nigeriani del traffico di droga. Loro, i protervi mercanti di morte, si credevano onnipotenti, invincibili, tutelati dallo &#8220;slang&#8221; nigeriano a noi incomprensibile con cui prendevano accordi e organizzavano il racket. Non avevano fatto i conti con cinque cenerentole rese forti dal solo desiderio di riscatto, che non è sinonimo di vendetta ma consapevolezza finalmente di poter scegliere da che parte stare. E loro hanno scelto. Serie, attente, concentrate, hanno lavorato «con slancio emotivo» &#8211; raccontano gli investigatori della Squadra Mobile &#8211; stroncando senza esitazioni un traffico che sembrava inarrestabile. È bello immaginarle mentre trascrivono con precisione nomi, luoghi, appuntamenti, e dalle loro labbra pendono gli uomini della Questura di Trieste e della Polizia di Frontiera, che sulla base delle loro indicazioni organizzano operazioni, fanno blitz, conducono in carcere i corrieri della droga in mezza Italia, da Milano a Messina, da Roma a Varese, da Bologna a Verona.</p>
<p>La trama, dicevamo, è da film. Scena prima: nella valigia di un lituano a bordo di un treno proveniente dall’Ungheria la polizia di Trieste trova un carico di droga purissima. È diretta a Napoli, dove i nigeriani gestiscono da tempo un traffico che non conosce confini, la cocaina arriva dal Sudamerica, l’eroina dall’Afghanistan, poi attraverso i corrieri raggiunge tutta Europa. Le indagini si allargano all’estero con il coordinamento dell’Interpol e la collaborazione delle Polizie spagnola e olandese, ma non se ne viene a capo, almeno finché a qualcuno non viene in mente di chiedere aiuto a loro, le schiave liberate. E a noi resta un sottile malessere, un dubbio, una domanda che ci toglie il sonno, o dovrebbe: quanto è labile il confine tra il vendersi e il donarsi? Cosa sarebbe oggi di loro se una &#8220;retata&#8221; non le avesse affrancate? Prostitute, le chiameremmo ancora, e gireremmo un po’ scandalizzati la faccia, come se l’onta fossero loro. Tornano in mente altre ragazze nigeriane ascoltate nel novembre di tre anni fa. Parlavano da un pulpito, col sorriso e la luce negli occhi, al funerale dell’uomo che le aveva salvate a centinaia. Si chiamava don Oreste Benzi. La notte andava a cercarle alla luce dei falò, spiegava loro che il riscatto è possibile, lasciava un rosario e il suo numero di cellulare, sempre acceso 24 ore su 24, perché &#8211; diceva &#8211; il coraggio può durare anche un solo attimo, «e se in quell’attimo trovassero spento?».</p>
<blockquote><p><a href="http://www.luciabellaspiga.it/pdf/avvenire_08_09_10.pdf">da Avvenire dell&#8217;8 settembre 2010</a></p></blockquote>
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		<title>Pen Club. Compie 20 anni l’antipremio della letteratura</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 15:45:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo specifica il regolamento, a scanso di equivoci: il Premio letterario Pen Club, uno dei quattro più importanti in Italia, è stato istituito per «fare da contrappeso meritocratico a tanti premi controllati dall’editoria a fini strettamente commerciali». Alla faccia della diplomazia. E d’altra parte non è uomo diplomatico Lucio Lami, storico inviato di guerra (per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo specifica il regolamento, a scanso di equivoci: il Premio letterario Pen Club, uno dei quattro più importanti in Italia, è stato istituito per «fare da contrappeso meritocratico a tanti premi controllati dall’editoria a fini strettamente commerciali». Alla faccia della diplomazia. E d’altra parte non è uomo diplomatico Lucio Lami, storico inviato di guerra (per vent’anni ha mandato da ogni parte del mondo i suoi reportage a <em>Il Giornale</em> di Montanelli) e direttore di varie testate, promotore del Premio Pen fin dalla sua fondazione, esattamente vent’anni fa: «La maggior parte dei grandi premi sono dati dagli editori all’autore che vogliono piazzare sul mercato, e la stampa, che a quegli stessi editori spesso appartiene, regge il gioco», ripete da due decenni, scegliendo di andare controcorrente, solo contro tutti, caparbio (da toscanaccio qual è nonostante una casuale nascita in Lombardia) nel difendere il Pen dalla pressione delle grandi case editrici. «Al Premio Pen non si accettano candidature», prosegue il regolamento, ai limiti del masochismo, e non è un caso se ogni anno la manifestazione rischia di esalare l’ultimo respiro per mancanza di fondi, che quasi per miracolo alla fine arrivano. Parsimonia, zero sprechi e tanto idealismo hanno permesso al Pen (acronimo di <em>poets, essayists, novelists</em>, poeti, saggisti, romanzieri) di arrivare fin qua, ai suoi primi venti anni, con crescente successo di pubblico e, a detta della stampa specializzata, una considerevole influenza proprio su quel mercato che non corteggia (l’aumento di vendite dei libri portati in finale è evidente). Un po’ per tutti questi motivi, il Pen Club è da sempre considerato &#8216;l’antipremio&#8217;, bastian contrario in un universo che ultimamente è stato scosso alle sue fondamenta da brutti scandali e nodi venuti al pettine. Qui vincono i piccoli come i grandi editori, gli autori più blasonati e i meno conosciuti: il giorno della premiazione, nella suggestiva piazzetta della medioevale Compiano (Parma) la cinquina finalista aspetta per ore il verdetto, mentre il notaio procede allo spoglio dei voti alla luce del sole, sotto gli occhi dei finalisti e del folto pubblico di scrittori (che compongono la giuria). È quanto avverrà anche oggi pomeriggio dalle 15 e 30 in poi, quando il ventesimo Pen andrà a uno dei cinque arrivati in finale: Manlio Cancogni con la raccolta di racconti La sorpresa (ed. Elliot), il poeta Maurizio Cucchi con<em> Vite pulviscolari </em>(Mondadori), <em>Accabadora</em> di Michela Murgia (Einaudi), Andrea Vitali con il romanzo <em>La mamma del sole</em> (Garzanti) e Luca Ricolfi con <em>Il sacco del Nord </em>(Guerini e Associati). Narrativa, saggistica e poesia in lizza, dunque, e nulla va dato per scontato, se ad esempio nella scorsa edizione la poesia (di Cesare Viviani) ha avuto la meglio sui romanzi (di Elena Loewenthal e Giorgio Montefoschi). E se è vero che sfogliando la pubblicazione dedicata al ventennale del premio troviamo tanti tra i volti più autorevoli della nostra letteratura – Mario Soldati, Mario Luzi, Alberto Arbasino, Ferdinando Camon, Vivian Lamarque, Alda Merini, Giuseppe Pontiggia, Antonia Arslan, Mario Rigoni Stern, per citarne solo alcuni – è anche vero che Susanna Tamaro o Antonio Tabucchi vinsero, ma quando ancora erano alle prime armi. Un buon presagio e un ottimo sintomo.</p>
<blockquote><p>da &#8220;<em>Avvenire&#8221;</em> del 4 settembre 2010 (<a href="https://docs.google.com/viewer?url=http%3A%2F%2Fwww.luciabellaspiga.it%2Fpdf%2Favvenire_04_09_10.pdf">in formato .pdf</a>)</p></blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong>Approfondimenti</strong></p>
<ul>
<li><strong>Video</strong>: PEN Club Italiano &#8211; 20° Premio Letterario 2010, <strong>intervista</strong> di Valerio Agitati <strong>alla conduttrice Lucia Bellaspiga</strong> (Compiano, 4 settembre 2010)</li>
</ul>
<p>Altri video relativi al PEN Club sul canale YouTube: <a href="http://www.youtube.com/user/febbraio53?feature=mhum#p/u">http://www.youtube.com/user/febbraio53</a></p>
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		<title>Editoriale: Le ragazze di Gheddafi</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 16:49:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non basta un foulard in testa per restituirci la dignità. Non basta, se veniamo esibite a centinaia, insieme ai cavalli (un tempo eravamo scambiate coi cammelli, ma poco cambia), naturalmente scelte in agenzia, tutte belle, tutte perfette, dal garretto alla dentatura (proprio come gli equini). A Roma i giorni scorsi è sbarcato il circo, con [...]]]></description>
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<p>Non basta un foulard in testa per restituirci la dignità. Non basta, se veniamo esibite a centinaia, insieme ai cavalli (un tempo eravamo scambiate coi cammelli, ma poco cambia), naturalmente scelte in agenzia, tutte belle, tutte perfette, dal garretto alla dentatura (proprio come gli equini). A Roma i giorni scorsi è sbarcato il circo, con tanto di tendone portato dal nomade Gheddafi, che di suo ci ha messo anche i quadrupedi di razza, mentre le ragazzotte le ha prese a noleggio nelle nostre scuderie, prodotto italiano, slow food raffinato, carne giovane e tenera di femmina nostrana. Un harem all’antica, come ai tempi dei sultani delle fiabe, che arrivavano dal favoloso Oriente con donne velate e forzieri colmi di gioielli. Soltanto che qui il forziere è giunto vuoto: «Riempitelo, o l’Europa sarà africana». Minaccia, il nomade tensostrutturato, ormai parecchio sciupato e coi ricci dipinti di un nero che stinge, ma ancora nostalgico dei tempi in cui cannoneggiava Lampedusa per far tremare l’Italia.<br />
Eppure un suo misterioso fascino deve pure conservarlo se, manco a dirlo, alcune delle duecento scritturate per l’ultima adunata si sono già convertite all’islam, le più belle e le più bionde: resteranno &#8211; dicono &#8211; al fianco del ricco colonnello e del Profeta di Allah (tanto di cappello al predicatore, gli è bastata un’occhiata e un Corano in regalo per fulminarle sulla via di Tripoli prima ancora che lo leggessero), le altre 197 ci penseranno&#8230; Intanto il raìs è partito e loro, per professione ragazze di &#8220;scorta&#8221; (in entrambi i sensi), rientrano docili nelle stalle dell’agenzia per hostess/modelle/accompagnatrici: via il velo e pronto il bikini, dipende da chi sarà il prossimo a richiederne i servigi. O il prossimo in visita di Stato. «Noi vi trattiamo meglio e vi rispettiamo di più di quanto non facciano in casa vostra», ha spiegato loro Gheddafi (che per garantirsi quella platea di attente scolarette le ha semplicemente pagate, contento lui) e, visto che glielo abbiamo concesso senza battere ciglio, non ha tutti i torti: ve lo vedete voi un qualsiasi Paese islamico concedere duecento floride ragazze in costumi occidentali (minigonna? tailleur?) a un leader straniero armato di Vangelo e in vena di conversioni? Ma la colpa è nostra. «Ho imparato tante cose», squittiva alla tivù una di loro, «prima avevo troppi preconcetti», ammetteva contrita, senza chiedersi come mai quel branco da ammaestrare fosse formato, curiosamente, di sole donne. «Gesù morto in croce? Ma non scherziamo», ha insegnato loro il colonnello, e le giovani italiane sono uscite dall’incontro con un nuovo pendaglio d’oro al collo, diverso dalla croce che più d’una aveva all’entrata. D’altra parte a un &#8220;sultano&#8221; seppure beduino non si dice di no, non sarà un calciatore ma un pizzico di notorietà ci può sempre scappare: qualcuna avrà sognato un futuro brillante, qualcun’altra un brillante e basta, e in fondo qualcosa ha ricavato (se non altro i settanta euro d’ingaggio). Ma tutti noi italiani, e tutte noi, ci abbiamo perso. La dignità.<br />
Non chiediamo che alla prossima visita della Merkel si espongano centinaia di machissimi maschi nostrani (più che una par condicio sarebbe una pari sconcezza, e a noi donne queste cose non piacciono). Sarebbe bello, però, sentire l’indignazione di un ministro per le Pari Opportunità. Che in Italia è sempre una donna, chissà poi perché.</p>
<blockquote><p>Da &#8220;L&#8217;Adige&#8221; del 2 settembre 2010</p></blockquote>
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		<title>Editoriale: Merini, il museo che manca</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 14:46:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lucia Bellaspiga</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Ah, va dalla poetessa&#8230;». Anche i taxisti, se chiedevi di lasciarti in Ripa di Porta Ticinese al 47, sapevano che lì abitava &#8216;la poetessa&#8217;. Il clic del cancelletto che si apriva, un cortile, quattro rampe di scale, poi la sua voce oltre la porta: «Entri, era ora, la stavo aspettando». E infatti aspettava, Alda Merini, agghindata per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Ah, va dalla poetessa&#8230;». Anche i taxisti, se chiedevi di lasciarti in Ripa di Porta Ticinese al 47, sapevano che lì abitava &#8216;la poetessa&#8217;. Il clic del cancelletto che si apriva, un cortile, quattro rampe di scale, poi la sua voce oltre la porta: «Entri, era ora, la stavo aspettando». E infatti aspettava, Alda Merini, agghindata per l’occasione: rossetto vivo, orecchini vistosi, fili di tante collane attorno al collo.<br />
Era il suo modo di farsi elegante, di dirti che la benvenuta lo eri davvero, e allora nei suoi occhi verdi, di solito così ironici o a tratti anche tristi, leggevi guizzi di contentezza. Ci era arrivata bambina, in quelle due stanze, sfollata dai bombardamenti del centro città, e con gli anni la piccola casa sui Navigli era divenuta la sua Terra Promessa, il porto sicuro cui tornare quando si schiudevano le porte del manicomio, l’unica meta desiderata: amava la celebrità, l’amore del suo pubblico le era linfa vitale, ma alle luci della ribalta preferiva l’angusta oscurità delle due stanze, un po’ nido e un po’ tana. Lì sono nati tutti i suoi capolavori, tra quelle pareti ha riso e pianto, su quell’intonaco restano scritti con penne di ogni colore gli appunti di una vita, i numeri di telefono, i nomi degli amici: «Sulla carta li perderei, sui muri prima o poi li trovo&#8230;». Solo nella sua casa di ringhiera la poesia trovava la strada per sgorgare e scorrere finalmente libera, «da un grand’hotel non caverei nulla», assicurava, accarezzando con lo sguardo il guazzabuglio di oggetti che si accumulavano fin sul pavimento e di cui si giustificava come una bambina còlta in fallo: «Mi diverto a comprare sempre qualcosa che non serve, prima ci gioco poi regalo tutto &#8211; sorrideva candida &#8211; . Lo faccio per guarire&#8230;». Niente di utile e tutto indispensabile. «Io sono fortunata che posso permettermelo, ma credo che per i vecchi non potersi comprare qualcosa di superfluo sia tremendo e umiliante, può diventare un delitto silenzioso, un uccidere lentamente la loro storia». La sua ha avuto un primo sussulto mortale quando, un pugno di estati fa, Alda Merini dovette sgomberare la soffitta della casa di ringhiera per il legittimo proprietario: nei cartoni che andavano e venivano traslocava metà della sua anima, riemergevano antichi amori e dolori sepolti, e a trasferirsi era la poesia. E adesso che lei non c’è più a svuotarsi è la casa, e mentre i suoi ninnoli, i manoscritti, le poesie, le lettere di grandi poeti, il pianoforte, le statuette dissacranti, i quadri religiosi, i premi, i falsi gioielli e il suo bastone vengono sigillati nelle scatole dell’ultimo trasloco (il termine dello sfratto scade oggi, le ore di proroga sono contate), il Comune di Milano promette cose troppo lontane: «Faremo un museo sui Navigli &#8211; ripete l’assessore alla Cultura, Finazzer Flory &#8211; raccoglieremo lì tutte le sue cose», ma intanto rischiano di finire sulla strada. «Abbiamo individuato gli spazi espositivi», ma non il camion per salvare oggi ciò che Milano dovrebbe conservare. «Il problema sono i costi»&#8230; Intanto, come si fa in una casa dopo la piena del fiume, le figlie della poetessa svuotano, incartano, imballano. Sulle pareti ormai spoglie (in fondo l’autentico museo della Merini) restano le scritte dei suoi giorni, ma fino a quando? Presto una mano di bianco cancellerà ogni cosa. «Andrò a riprendere quei muri, così nel museo potranno ricostruire esattamente la casa», ci diceva ieri, offrendosi in extremis, un fotografo di professione. «Lo farò gratuitamente», sempre che il Comune accetti. Se così fosse, avvinghiata alla sua casa di ringhiera, fieramente ostile alla Milano che cambia, che perde la sua memoria e apre alla movida, la Merini sorriderebbe finalmente più tranquilla.</p>
<blockquote><p>da &#8220;<em>Avvenire&#8221;</em> del 30 giugno 2010 (<a href="https://docs.google.com/viewer?url=http%3A%2F%2Fwww.luciabellaspiga.it%2Fpdf%2Favvenire_30_06_10.pdf">in formato .pdf</a>)</p></blockquote>
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