Carlo Urbani. Il primo medico contro la SARS

Lucia Bellaspiga - Carlo Urbani. Il primo medico contro la SARS

Lucia Bellaspiga
Carlo Urbani. Il primo medico contro la SARS
ÀNCORA libri, 2004

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Il 29 marzo 2003 un uomo moriva da solo in un reparto dell’ospedale di Bangkok, Thailandia. Era un medico ed era stato ricoverato in una stanza apposita, in isolamento. Nemmeno sua moglie, accorsa al capezzale dell’uomo in fin di vita da un altro Paese, era riuscita a stare al suo fianco nelle sue ultime 48 ore di vita; quell’uomo si chiamava Carlo Urbani e stava per diventare la prima vittima italiana della Sars, la sindrome da insufficienza respiratoria che solo nei sei mesi successivi alla prima manifestazione, contagiò quasi 8.500 persone, con più di 800 morti.

Sempre al capezzale dei malati. Era un medico, e per ironia della sorte era stato anche il primo esperto a diagnosticare a un malato questo virus fino a quel momento sconosciuto, un uomo d’affari di Hong Kong ricoverato nell’Ospedale francese di Hanoi, città dove Urbani era responsabile per la regione del Pacifico Occidentale per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non sarebbe stato suo compito andare in un ospedale, ma quando i colleghi lo chiamarono a causa della sua esperienza in malattie infettive, non si tirò indietro: era un medico nato “per stare in corsia, in mezzo ai pazienti, non dietro una scrivania”, come amava ripetere agli amici nelle lettere. Specializzato in ‘Malattie infettive’, aveva dedicato tutta la sua carriera allo studio delle patologie parassitarie che uccidono milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo e che sarebbero curabili con medicine dal bassissimo costo. Da dieci anni era consulente della ‘Oms’ per queste patologie ed aveva svolto diverse missioni per combattere malattie rare come la schistosomiasi, della quale era diventato un grande esperto; una malattia che colpisce gli apparati digerenti dei bambini di parecchi Paesi del Sud Est asiatico, portando alla morte per la rottura delle varici esofagee. La sua attività di operatore umanitario lo aveva fatto lavorare anche per ‘Medici senza frontiere’, tanto da arrivare a presiederne la sezione italiana nel 1999, ruolo nel quale farà parte della delegazione che nel novembre ’99 ritirerà a Oslo il premio Nobel per la Pace, conferito alla Ong francese. Dal 2000 si era trasferito in Indocina per conto della ‘Oms’, rinunciando alla carica di primario del reparto di ‘Malattie infettive’ nell’ospedale di Macerata.

Senza buonismo retorico. La giornalista Lucia Bellaspiga ha raccolto la storia di Carlo Urbani in un libro omonimo (‘Carlo Urbani. Il primo medico contro la Sars’) edito per i tipi di ‘Ancora’(174 pagine, 12 euro), con testimonianze di di chi è cresciuto al suo fianco e di chi lo ha conosciuto dal vivo nel corso degli anni della sua carriera professionale. Con scrupolo da cronista puntigliosa, Bellaspiga ha ricostruito gli anni dell’impegno umanitario del medico marchigiano, regalandoci un ritratto alieno da ogni retorica buonista, ma che rende il giusto merito alla personalità di chi rinuncia alla propria incolumità pur di non lasciare che una malattia sconosciuta venga isolata. Le ultime settimane di vita del dottore vengono ricostruite come un romanzo ricco di suspence, che suscitano l’interesse del lettore mentre la vicenda si dipana: dalla decisione di isolare i reparti dell’ospedale in cui era stato ricoverato il primo paziente, alle riunioni con il Governo vietnamita che Urbani cerca di convincere a varare un piano di emergenza nonostante gli svantaggi commerciali che ne verrebbero, ai sintomi della malattia che si manifestano in chi per primo la ha diagnosticata, fino alla estrema unzione impartita al cattolicissimo medico da un vescovo cattolico della curia thailandese. Un mese dopo la morte dell’unica vittima italiana, il Vietnam può affermare, primo Paese al mondo, di aver superato il rischio epidemia di Sars.

Così come era vissuto. In molte credenze orientali c’è il convincimento che la morte sia la naturale conseguenza della vita che uno ha vissuto. La maniera in cui la malattia ha consumato un uomo forte di 47 anni esemplifica il suo spirito di sacrificio, che lo portava fin da giovane specializzando ad organizzare spedizioni in Africa con i suoi colleghi nei mesi delle vacanze estive, per portare medicinali e cure alle popolazioni più isolate di Paesi come la Mauritania, da lui visitata più volte.

Con le sue parole. Anche gli anni dell’impegno a ‘Medécin sans Frontiéres’, che hanno segnato il lancio in grande stile di questa organizzazione umanitaria nel nostro Paese, con Urbani in prima fila nel denunciare il sistema perverso della ricerca farmaceutica e la scarsa attenzione delle grandi aziende per le sofferenze dei malati poveri. “Negli ultimi venti anni la ricerca ha sfornato 1.300 nuove molecole, ma solo 11 sono attive contro le malattie tropicali – sosteneva parlando del suo settore di specializzazione – solo lo 0,03 percento della ricerca farmaceutica è indirizzata verso le cinque principali cause di morte nel mondo”. Disse quando era da poco presidente di Msf Italia: “Il 90 percento del denaro investito in ricerca sui farmaci è per malattie che colpiscono il 10 percento della popolazione mondiale. Un paradosso su tutti: ogni anno le aziende farmaceutiche dedicano gran parte di fondi a patologie come obesità o impotenza, mentre malaria e tubercolosi, che da sole uccidono 5 milioni di persone l’anno nei Paesi in via di sviluppo, non attirano alcun finanziamento”. Il suo impegno è riflesso nel suo resoconto di una missione in Cambogia per conto della Oms, a combattere la schistosomiasi, che fa ingrossare le pance ai bimbi prima di ucciderli: “Girando nelle case, palafitte di legno o di bambù per i più poveri, incontriamo altri bambini, quelli che non hanno abbastanza forza per andare a schiamazzare al fiume. Sono seduti con lo sguardo più triste degli altri e la pancia ancor più grossa. L’ospedale più vicino è a due ore di piroga e poi bisognerebbe pagare le medicine, ma quassù soldi non ce ne sono. Non è facile avvicinare le persone, tutti sono diffidenti e un po’ spaventati. La strategia del terrore – dei khmer rossi di Pol Pot che uccisero due dei sette milioni di cambogiani – fa ancora sentire il suo alito; in questi villaggi è facile morire anche per molto meno: basta una diarrea o una polmonite”. Ai funerali di Urbani, nel suo paesino natale di Castelplanio, tremila anime, se ne radunano molte di più, tra di loro personalità importanti come il Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan; tutta Italia aveva imparato a conoscerlo dopo la sua morte, che aveva richiamato l’attenzione dei media internazionali, facendo conoscere ai suoi concittadini un uomo che non ci aveva mai tenuto a stare in prima fila. Non conoscerlo adesso, non sfruttare l’occasione di apprendere dal suo esempio, sarebbe come perderlo un’altra volta.
(testo di G. Ursini, tratto da http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=34&ida=&idt=&idart=3512)

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Indice:Carlo Urbani
Presentazione (Kofi A. Annan);
Prefazione (Nicoletta Dentico);
Premessa;
Cronologia della vita di Carlo Urbani;
Parte prima. L’uomo:
L’antefatto: Mister Chen, un incontro fatale;
La morte:
Il racconto di Giuliana;
L’addio ai figli;
L’ultima confessione;
2 aprile 2003: il giorno dei funerali;
Enzo Falcone: “La morte si affacciò via Internet”;
La vita:
Le radici di Carlo: al servizio degli altri;
“In quei problemi crescerò i miei figli”;
Il difficile mestiere di padre;
L’amico parroco: “Carlo sognava, Urbani realizzava”;
La madre: “Carlo c’è. È nato in questa casa”;
Suor Anna Maria: “L’eroismo della coerenza”.
Parte seconda. Il medico:
Urbani e la Sars: la tragedia in diretta;
“Sul terreno”: le radici della vocazione:
Medico condotto;
Malattie tropicali: la scelta degli ultimi;
“Noi medici, operatori umanitari”;
Medici senza frontiere:
Le prime esperienze ’sul terreno’;
La campagna per l’accesso ai farmaci;
“Noi, diplomatici col camice”;
In Cambogia;
Il presidente di Msf Italia;
L’Organizzazione mondiale della sanità;
I colleghi raccontano:
Nicoletta Dentico: “Morendo ha dato nuova vita”;
Antonella Giacobbe: “Un grande capo dalla vena comica”;
Mauro Brecciaroli: “Mi disse: sono spacciato”;
Emilio Amadio: “Quello strano presentimento”;
Enzo Petrelli: “Un amico geniale e maldestro”.
Parte terza. Il credente:
Le lettere a suor Anna Maria: lo scrigno dello spirito;
Lettera dall’Oriente.
Epilogo:
L’eredità di Urbani;
Scheda su Medici senza frontiere.

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Recensione di Candido Cannavò

Carlo UrbaniMi sta tenendo compagnia un avvincente libro su vita e morte di Carlo Urbani, il medico marchigiano che fu il primo a scoprire la Sars, la polmonite killer, l’ultima delle maledizioni; e per fronteggiarla faccia a faccia, evitando al mondo una spaventosa epidemia, sacrificò la propria vita: non per un gesto eroico, ma per un semplice dovere di medico. L’episodio avvenne in Vietnam un anno fa. Urbani morì poi a Bangkok, dove venne trasferito d’urgenza in un estremo tentativo di salvarlo. La storia l’ha ricostruita una giornalista di “Avvenire”, Lucia Bellaspiga. E nella copertina posteriore del libro si legge, tral’altro: “Per il contributo decisivo dato alla lotta contro il virus salutiamo Carlo Urbani come un eroe”. Firmato: Kofi A. Annan, segretario generale delle Nazioni Unite.
Dovendo affrontare il tema del giornalismo solidale, sorretto da tensione morale e volto a valorizzare il “bicchiere pieno” del mondo, ho pensato quanto sarebbe bello se la storia di Carlo Urbani, il medico che rifiuta di fare il primario nella sua città e si tuffa, tra Africa e Asia, nella povertà più crudele del mondo per denunciare i misfatti delle multinazionali farmaceutiche, per spiegarci come con pochi spiccioli si possano salvare cento o mille vita, per dedicare professione, cuore e scienza ai diseredati della Terra, sì ho pensato alla gioia di poter leggere questa straordinaria avventura umana, magari a puntate, su uno dei grandi quotidiani nazionali: come sublime esempio di un vivere felice, nel senso più completo del termine, lenendo le sofferenze degli ultimi e trascinando magari in questa “religione da frontiera”, come ha fatto Urbani, tutta la propria famiglia.
Carlo non era uno qualunque. Per tanti anni militante tra i “Medici senza frontiere” era stato chiamato al vertice della Oms, la Organizzazione mondiale della sanità. Ma il suo lavoro era in prima linea, come il contagio fatale della Sars dimostra.
Lavoro da oltre mezzo secolo nel giornalismo e credo di aver vissuto, in provincia e nelle metropoli, in redazione e nel mondo, esperienze di tutti i generi. Ma ogni tanto affiora in me un sogno: quello di un giornale che non esiste, un quotidiano che capovolga l’attuale rabbrividente rapporto tra brutte e buone notizie.
Lo so, è difficile, forse è anche una sublime utopia. E so anche che è impossibile nascondere il brutto che imperversa nel mondo. Ma certo si potrebbe rimpicciolirlo, valorizzando invece, con pagine intere e grandi titoli, l’opera di chi si batte per una società meno barbara e ingiusta: di uomini come Carlo Urbani o Gino Strada, di missionari religiosi o laici che vivono tra i diseredati, delle migliaia di giovani che militano nel volontariato spendendo il proprio tempo libero, del mio amico Mario Furlan che, con i suoi City Angels, passa le notti regalando coperte e bevande calde a coloro che hanno dei cartoni come casa.
E chissà quante storie edificanti verrebbero fuori se ci fosse una redazione impegnata a cercarle. E chissà quanti proseliti farebbe l’esercito del “bicchiere pieno” se la buona volontà venisse convogliata e aiutata a esprimersi. Ho trascorso otto mesi a San Vittore per scrivere un libro di vita e umanità (”Libertà dietro le sbarre”) che considero una delle realtà più belle della mia vita. Ma sapete chi mi dà la gioia più grande? Le persone che, dopo averlo letto, mi chiedono: “Come si fa a diventare volontari in un carcere”.
Nel libro su Carlo Urbani c’è una bellissima frase: “Lui ha cercato di raccogliere piccoli pezzi di quella giustizia umana e sociale che il mondo ha frantumato nelle valli della povertà e delle guerre senza senso”. È in bocca a una suora, amica del medico. Mi piacerebbe conoscerla e abbracciarla.

Candido Cannavò